
L’obiettivo del progetto è individuare i segnali biologici che portano a una senescenza accelerata e intervenire per rallentare questo processo
«Negli ultimi 50 anni, la nostra aspettativa di vita è aumentata enormemente, ma non la qualità degli anni finali», afferma Claudio Mauro, professore ordinario di Metabolismo e infiammazione all’Università di Birmingham e ideatore del consorzio europeo Union di cui è coordinatore per il Regno Unito. Union è un doctoral network internazionale, finanziato con 3,4 milioni di euro e 1,1 milioni di sterline attraverso il programma Marie Sklodowska-Curie Actions: riunisce esperti di fragilità, biologia dell’invecchiamento, immunometabolismo e cellule staminali che formeranno nei prossimi 4 anni 17 giovani dottorandi (13 in Eu e 4 in Uk) nell’ambito di progetti volti a identificare strategie per rallentare l’invecchiamento. Il problema, afferma Mauro, è che «se guardiamo i dati, gli ultimi 15-20 anni di vita sono spesso un disastro, sia per l’individuo che per il sistema sanitario».
«L’età è l’unico fattore di rischio che non si può modificare - ricorda Massimiliano Ruscica, professore associato di Patologia generale all’Università di Milano e coordinatore di Union per l’Eu - ma possiamo individuare i cosiddetti "red flag", quei segnali biologici che indicano che un organismo sta entrando in una fase di senescenza accelerata. Una volta individuato questo stato, possiamo intervenire per rallentare il processo».
Secondo Davide Vetrano, uno dei principal investigator di Union e professore associato in Geriatria ed epidemiologia dell’invecchiamento al Karolinska Institute di Stoccolma, il fulcro di questa sfida è la fragilità. «Il problema è la perdita progressiva di riserve fisiologiche e funzionali del nostro organismo, che porta a una condizione di fragilità, aumentando il rischio di malattie croniche. Comprendere i meccanismi che sottendono lo sviluppo della fragilità equivale a poter prevenire o ritardare la fragilità stessa».
I tre grandi assi della ricerca
Il progetto si sviluppa attraverso tre grandi assi di ricerca. Il primo si concentra sulla biologia molecolare dell’invecchiamento, analizzando cellule immunitarie e staminali per individuare i meccanismi che accelerano o rallentano il deterioramento dell’organismo. Il secondo riguarda le vescicole extracellulari, piccole particelle prodotte dalle cellule che trasportano segnali biologici, che potrebbero rivelarsi promettenti biomarcatori di invecchiamento. Il terzo, infine, si focalizza su studi clinici e intelligenza artificiale, analizzando dati raccolti da pazienti anziani fragili e sperimentando strategie anti-aging.
Il sistema immunitario
Il sistema immunitario invecchia e diventa meno efficiente nel rispondere alle infezioni e nel rigenerare i tessuti, un fenomeno noto come immunosenescenza, fattore chiave nel declino generale dell’organismo. «Se riusciamo a mantenere giovane il sistema immunitario, possiamo cambiare radicalmente il modo in cui invecchiamo, perchè significa ridurre l’infiammazione cronica e prevenire molte delle malattie associate all’età - aggiunge Mauro -. Abbiamo dimostrato che alcuni metaboliti, come il lattato o alcuni acidi grassi, non sono semplici sottoprodotti del metabolismo, ma vere e proprie molecole di segnalazione che regolano la funzione delle cellule immunitarie e staminali». Vetrano guiderà due progetti specifici all’interno di Union, ciascuno con un dottorando dedicato. «Uno dei nostri obiettivi è comprendere il ruolo della multi-morbilità, ovvero la presenza di più malattie croniche contemporaneamente, nella progressione della fragilità fisica e cognitiva. Non tutte le combinazioni di malattie presentano gli stessi esiti avversi».
I biomarcatori
Il secondo progetto si concentra sui biomarcatori: «andremo a indagare i segnali biologici alla base di determinate combinazioni di malattie croniche – infiammazione, metabolismo, neurodegenerazione – per individuare potenziali target terapeutici». L’idea alla base si rifà alla geroscience hypothesis: «Gli stessi meccanismi che causano l’invecchiamento sono alla base delle malattie croniche. Se identifichiamo questi processi alla radice, potremmo rallentare l’invecchiamento e prevenire molte patologie legate all’età», spiega Vetrano.
Se la popolazione anziana è in crescita esponenziale, l’invecchiamento sano è destinato a diventare una priorità globale, e la ricerca italiana è molto attiva in quest’ambito. Basti pensare che nel progetto Union il 60% dei principal investigators sono italiani. Nel nostro Paese, oltre all’Università di Milano, sono molto attivi diversi gruppi di ricerca, tra cui spiccano l’Ospedale San Raffaele/Università Vita-Salute San Raffaele e l’Università del Salento.
Fonte della notizia: www.ilsole24ore.com